
L’attività lavorativa –qualsiasi essa sia – rappresenta una parte estremamente importante della nostra vita, poiché ne occupa (mediamente) circa i tre quarti. “Andare a lavorare”: tante volte abbiamo sentito questa affermazione, questo “imperativo” impostoci dalla società (ma ancor prima da noi stessi). Considerata quindi l’importanza che il lavoro esercita sulla nostra vita, che cosa succede quando andiamo in pensione? Quali sono i meccanismi, le dinamiche psicologiche che stanno alla base di un avvenimento così importante? Molti tra medici, psicologi e specialisti hanno affrontato questo tema, provando ad analizzare questo fenomeno. Secondo Erik Erikson, noto psichiatra e psicoterapeuta statunitense il nostro vissuto è caratterizzato da ciò che egli definisce “sviluppo psico - sociale”, caratterizzato da diverse fasi. Tra questi stadi (che sono otto), il settimo è quello che meglio rappresenta la situazione psicologica di un pensionato. Erikson infatti parla di “integrità dell’io” opposta a “stagnazione”. Cercando di semplificare le cose, con “integrità dell’io” intendiamo il bisogno delle persone di sentirsi utili per sé stessi per la società e, quando ciò non si verifica, parliamo allora di stagnazione. Questi due termini effettivamente ci portano al fulcro della questione presa in analisi. Il pensionamento viene vissuto in maniera diversa da persona a persona, a seconda di molteplici aspetti, tra i quali età più o meno avanzata, qualità del lavoro svolto, rapporti con colleghi e/o superiori ecc. Molte persone vivono il pensionamento come la fine di un ciclo, come il termine del binomio status/ruolo dominante che caratterizza ognuno di noi. Risulta evidente come tali individui attribuiscano un’enorme importanza alla propria vita lavorativa, al cui termine vanno spesso incontro a depressione, come talvolta ci riportano telegiornali. Per questi soggetti, abituati a “spaccarsi la schiena”, è difficile adattarsi a ciò che definiscono “il nulla”. Nel momento in cui questi soggetti sociali non avvertono più se stessi come aventi un ruolo specifico, sarebbe utile coinvolgerli a livello familiare in attività stimolanti tra le quali, ad esempio, la cura dei nipoti. Tuttavia ci sono anche (moltissime) persone per le quali il termine dell’attività lavorativa costituisce la fine di un ciclo, ma soprattutto l’inizio di un nuovo stile di vita, caratterizzato da tranquillità, serenità e tempo libero per coltivare nuovi hobbies. Naturalmente non possiamo negare che per tutti gli ex lavoratori il congedo lavorativo rappresenti una tappa significativa: ciò che cambia è la modalità con cui viene affrontata. La dinamica psicologica che sta alla base dei vari approcci è da ricercare nell’innato bisogno del cervello umano di trovare sempre nuovi stimoli; nel momento in cui il nostro cervello non trova nuovi stimoli ha purtroppo inizio un lento (ma inesorabile) deperimento psico-fisico. Poiché tutti quanti noi un giorno dovremo andare in pensione (o cedere la nostra attività a forze fresche) dobbiamo (o dovremmo) provare a concepire la pensione come un’opportunità, piuttosto che la mera conclusione di un’attività lavorativa. Così facendo ci assicuriamo la possibilità di vivere il resto della nostra vita in serenità ed armonia, circondati dall’affetto dei nostri cari, per i quali non finiremo mai di sentirci utili.
